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scritto da anticristo
Scritto Ieri • Pubblicato 17 ore fa • Revisionato 17 ore fa
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Non leggere le parole, ma soffermati sul " " tra di esse
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Testo: " "
di anticristo


Veniamo al mondo con la data di scadenza già scritta, siamo bestiame che aspetta solo d'esser macellato.
Perche temere ciò ch'è inevitabile? Dovremmo abbracciare il vuoto che ci separa dalla libertà, dalla salvezza. Il nulla ed il tutto connubiano in me, come materia e antimateria, che si smaterializzano all'istante. Sono un morto che non cammina e che non parla. Sono il punto a metà tra l'inizio e la fine che ti ricorda che non c'è mai stato inizio e non ci sarà mai fine, perché tutti i punti possono essere raccolti in un unico e inesistente.
Non possiamo decidere come venire al mondo, ma possiamo decidere come convogliare i punti dopo il primo, dunque intensità e densità dell'ultimo. I miei punti stanno sbiadendo insieme a me e alle mie emozioni, fino a non esistere più, non come prima, traslando in un unico e statico centro: l'eternità.
Il mio vuoto si nutre delle mie emozioni, ed io mi nutro d'esso, non ha consistenza, né sapore, né mi sazia, ma mi sostenta, al punto che non necessito d'altro. Sento il vuoto avvicinarsi, poi realizzo che la materia che mi separa da esso non esiste, come il tempo che devo aspettare per raggiungerlo. Dunque mi chiedo, è mai esistito qualcosa oltre al vuoto? Le emozioni che provavo risuonano come un eco sul punto d'estinguersi. L'ego, l'ambizione, l'amore, l'odio, la paura, annichiliti, esausti e affamati implorano d'esser sfamati d'attenzione, mentre il vuoto risucchia via ogni restante parte di me, depositatasi ed incastratasi nella mia malata psiche, come polvere negli angoli di una superficie mai spolverata. La morte non appare più come un desiderio, né come una paura, ma come unica inevitabile conseguenza dell'esistenza, necessaria per raggiungere il vuoto definitivo, l'unico vero vuoto, quello privo di tempo, di spazio e di corpo, come i miei pensieri che s'imprimono autonomamente su questo inutile foglio. Come la frustrazione di una poesia interminata che si conclude prima della sua...
Scherzavo, troppo facile così, come un detenuto che penzola dal soffitto attaccato da un lenzuolo bianco, come un pazzo  chiuso in un manicomio, senza sentire l'esigenza di capirne i pensieri, come un marinaio, che semplicemente ha smesso di navigare per paura della tempesta. Ed infine, come una vita, sprecata ad inseguire l'inutilità apparentemente indispensabile, solo per arrivare al penultimo respiro e realizzare che, comunque, alla fine      .

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